La fede… un dono?

Noi ringraziamo Dio per tutti i traduttori della Bibbia che nel corso della storia hanno dato a migliaia di popoli la possibilità di leggere la Parola di Dio nella propria lingua madre. Questo evita ai credenti di dover obbligatoriamente studiare le lingue originali, o un’altra lingua, ad un livello tale da poter comprendere appieno la Scrittura. Ringraziamo anche perché Dio, nella sua infinita sapienza, ha ripetuto il suo messaggio tante e tante volte, e in tante forme, in modo che noi potessimo comprendere bene quello che vuole dirci.

Ciò nonostante rimangono differenze d’interpretazione su vari passi della Bibbia. Ecco che allora il ritorno alle lingue originali ci può aiutare a spiegare quello che la traduzione talvolta non riesce a fare pienamente.

La fede, è un dono? Questo è quanto viene dichiarato da coloro che si definiscono Calvinisti, Riformati o con altri titoli che richiamano comunque alla fede riformata di Calvino e di molti suoi illustri seguaci degli ultimi cinque secoli.
Essi affermano non solo che la fede è un dono [greco δωρον (dôron)] dato da Dio ad alcuni eletti (e volontariamente non concesso a tutti gli altri), ma che sarebbe anche successivo alla nuova nascita.
Avremmo così il paradosso di poter potenzialmente avere dei nati di nuovo non ancora credenti (!). Chiunque legga con semplicità (che non vuole dire assolutamente superficialità) il Nuovo Testamento scopre facilmente come la fede sia un passo fatto dall’uomo (At 16:30,31), in risposta all’opera dello Spirito Santo (Gv 16:8).
Non è assolutamente un’opera meritoria, ma il mezzo che Dio ha stabilito per tutti gli uomini per rispondere positivamente al suo appello (che però l’uomo può anche rifiutare: Mt 23:37; Gv 3:36; 5:40; 2 Te 2:10; Eb 4:2, ecc.).
La Bibbia ci dice con chiarezza da dove nasce la fede: Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo. (Ro 10:17).
È quindi l’ascolto della Parola, ispirata dallo Spirito di Dio che agisce per mezzo di essa, a far nascere in noi la fede in Gesù Cristo.
Da dove viene quindi questo insegnamento? Da una particolare lettura di Efesini 2:8: Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio.

Secondo alcuni(1) questo versetto indicherebbe che il pronome ‘ciò’ [τουτο (touto) in greco] si riferisce a ‘fede’. La fede sarebbe un dono di Dio e quindi nessun uomo può credere senza che prima Dio doni la fede agli eletti che lui ha già fatto nascere di nuovo.

Il problema di questa interpretazione, oltre al fatto che contrasta con il resto della Scrittura, sta anche nel greco, la lingua usata da Dio per la compilazione e la diffusione del Nuovo Testamento. In greco infatti ‘fede’ (come ‘grazia’) è un nome femminile, mentre ‘ciò’ τουτο [touto] è un pronome dimostrativo neutro. Cosa significa questo? Che Dio, parlando del suo dono, non si riferiva assolutamente alla fede, perché in greco ci deve essere concordanza di genere e numero tra il nome e il pronome dimostrativo connesso.

Entriamo ancora più nel tecnico, e ce ne scusiamo con i lettori meno abituati a tale linguaggio, ma è indispensabile.

Per capire a che cosa si riferisce un pronome dimostrativo, bisogna capire qual è il suo antecedente (il pronome dimostrativo funziona da sostituto di qualcosa che è già stato detto nel contesto, l’antecedente appunto) e il pronome dimostrativo touto si riferisce abitualmente ad un antecedente concettuale, cioè ad un insieme di parole, più che ad una singola parola.

Qualcuno ha comunque cercato di dimostrare che esistono esempi in greco di pronomi dimostrativi neutri connessi ad un nome femminile. Purtroppo, oltre a presentare motivazioni molto deboli, ha dovuto ricorrere a pochi esempi e nessuno di essi nel Nuovo Testamento greco.(2) 

Gli studiosi di greco del Nuovo Testamento sono praticamente unanimi nell’affermare che touto non può assolutamente riferirsi a fede. (3)

Escludendo quindi che il pronome dimostrativo τουτο (touto) [neutro] possa far riferire ‘dono’ a un ipotetico antecedente ‘fede’ [femminile], come anche a ‘grazia’ [femminile], rimangono due sole ipotesi possibili:

1) il pronome dimostrativo touto si riferisce a tutto il concetto e quindi l’antecedente è costituito da ‘è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede’. Questo fatto è avvallato sia grammaticalmente, che dal contesto immediato, dove vediamo come sia la salvezza, non la fede, il soggetto (vedi in particolare il v. 5). È la grazia della salvezza ad essere il dono di Dio, non la fede. Dal contesto vediamo anche chiaramente che la contrapposizione è tra grazia e opere, non tra fede e opere. La fede, lo ribadiamo, non è un’opera, ma una risposta, che diventa il mezzo per appropriarsi del dono della salvezza che Dio ci elargisce per sua grazia.

2) l’espressione kai touto ‘e ciò’ può essere vista come avverbiale. In questo caso avrebbe un significato intensivo, che potremmo tradurre con qualcosa tipo ‘e specialmente, e particolarmente, e per di più’, con particolare riferimento al verbo piuttosto che al nome. Abbiamo un uso simile in 3 Gv 5: ‘Carissimo, tu agisci fedelmente in tutto ciò che fai in favore dei fratelli, per di più [quando lo fai per] stranieri’. Tenendo conto anche della negazione [ouk]4  che segue e che qui mette in netto contrasto l’opera divina e quella umana, il nostro versetto di Efesini 2:8 risulterebbe perciò più o meno così: ‘per la grazia siete stati salvati mediante la fede, e [siete stati salvati] certamente non da voi stessi; è il dono di Dio’.

Anche in questo caso il dono sarebbe l’essere salvati, non la fede.

‘il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore’ (Ro 6:23)
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1  Dobbiamo però dire che l’affermazione, tratta da una certa lettura di Efesini 2:8, che la fede è un dono di Dio non era condivisa da Calvino.
Egli infatti, nei suoi Commentari del Nuovo Testamento, afferma: “E qui noi dobbiamo avvertire riguardo a un errore di interpretazione di questo passo veramente comune. Molte persone restringono la parola dono alla sola fede. Ma Paolo sta solo ripetendo in altre parole il sentimento precedente. Il suo significato è, non che la fede è il dono di Dio, ma che la salvezza ci è data da Dio, o, che noi la otteniamo come dono di Dio”. Chi si rifà al calvinismo è dunque, in questo caso, andato al di là delle affermazioni stesse di Calvino. 

2  Citiamo a questo proposito il commento tratto da GREEK GRAMMAR BEYOND THE BASICS di Daniel B. Wallace: “In particular, note R. H. Countess, “Thank God for the Genitive!” JETS [The Journal of the Evangelical Theological Society] 12 (1969) 117-22.  He lists three examples from Attic Greek, arguing that such a phenomenon occurs frequently in Greek literature (120).  His approach has weaknesses, however, for not only does he cite no NT examples, but two of his classical illustrations arebetter seen as referring to a concept than to a noun.  Further, the usage is not at all frequent and in every instance requires explanation”. 

3  Tra gli altri, Alford, F.F. Bruce, W. Robertson Nicoll, A.T. Robertson, Scofield, Vincent, Vine, Wuest e altri. Si veda anche autorevoli grammatiche come quella di Wallace o dizionari di greco come quelli di Bauer-Danker-Arndt e Gingrich.

4  In greco esistono due tipi di negazioni, ouj, oujk [ou, ouk] e mh\ [mê]. La prima si riferisce a ciò che è oggettivo, reale, ed è quindi una negazione assoluta. La seconda si riferisce maggiormente a ciò che è soggettivo.

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